Approfondimenti economici finanziari a cura di Spigarelli Mariano
Mariano Spigarelli dottore Commercialista

Seguici sui social network:

Twitter Facebook Google+ LinkedIn

Fatture ritenute irregolari - sono sempre sanzionabili?

05 Apr2012

In fase di verifica fiscale, l’Amministrazione finanziaria tende ad applicare pedissequamente il disposto dell’art. 6, comma 8, titolo I – Sanzioni in materia di imposte dirette e di imposta sul valore aggiunto - del D.Lgs. 471/97, che prevede l’applicazione di una sanzione amministrativa, pari al cento per cento dell’imposta sul valore aggiunto, nei confronti di chi, nell’esercizio di imprese, arti o professioni, acquista beni o servizi senza che sia stata emessa fattura nei termini di legge, ovvero sia stata emessa in modo irregolare, salva la regolarizzazione dell’operazione medesima.

L’applicazione pedissequa di tale articolo si rileva nella misura in cui, in relazione a fattispecie concrete, in cui soggetti forniscono servizi in esenzione i.v.a. ex articolo 10, D.P.R. 633/72 (nel caso concreto servizi di trasporto con autoambulanze), ovvero servizi effettuati da soggetti non rilevanti ai fini i.v.a. (nel caso concreto associazioni sportive non svolgenti attività commerciale), l’Agenzia delle Entrate pretende che il committente del servizio si spinga ad effettuare attività di indagine preliminare per verificare i presupposti di legge dichiarati dai fornitori dei servizi medesimi.

L’Agenzia delle Entrate, così operando, non tiene conto che l’irregolarità a cui fa riferimento la citata norma sanzionatoria, non può che essere un’irregolarità formale connessa alla predisposizione del “documento” fattura, facendo la norma stessa espresso riferimento alla eventuale successiva regolarizzazione della fattura con gli elementi di cui all’art. 21 del D.P.R. 633/72, articolo questo per l’appunto relativo alla fatturazione dell’operazione.

D’altra parte, in concreto, il committente il servizio, se fosse valida la tesi dell’Agenzia delle entrate, dovrebbe addentrarsi in lavori “ispettivi”, non sempre tra l’altro di facile risoluzione, spingendosi per assurdo ad effettuare indagini che di per sé stesse non possono che essere di competenza dell’Amministrazione finanziaria.

Su questo aspetto è possibile rifarsi a qualificati riferimenti giurisprudenziali, nei quali viene confermata la tesi avversa a quella adottata dall’Amministrazione finanziaria, e precisamente viene avvalorata la tesi che nel caso di ricevimento di fattura di per sé stessa completa non sussiste alcun obbligo da parte del committente di controllare e sindacare le valutazioni giuridiche espresse dall’emittente in relazione alla non imponibilità dell’operazione, qualora, successivamente, ne venisse rilevata l’imponibilità.

Il tutto nel presupposto che la responsabilità del committente sorge qualora l’irregolarità derivi da errori, incompletezze o lacune di contenuto come ad esempio nel caso di errori relativi alla natura, qualità, quantità dei beni o servizi oggetto dell’operazione, ovvero nel caso di errori riguardanti le aliquote o l’ammontare dell’imposta dovuta ecc..

In tal senso si esprime Cassazione Civile, sezione tributaria, che, con sentenza n. 1841 del 18 febbraio 2000, ha espressamente sottolineato come la norma di cui sopra chiami il cessionario o il committente ad emendare "irregolarità" commesse dal debitore d'imposta in sede di fatturazione, ponendo obblighi correlati alla redazione di un documento, con riferimento a vizi che evidenzino la divergenza dallo schema legale, per errori, incompletezze o lacune di contenuto.

Nelle motivazioni della citata sentenza, viene sottolineato come l'uso del termine “irregolarità” trovi inequivoca conferma nel rilievo che la regolarizzazione richiesta al cessionario o committente consiste nel fornire le indicazioni dell'art. 21 del D.P.R. n. 633 del 1972, il quale appunto elenca gli elementi da inserirsi nella fattura.

L'inclusione, fra i compiti del cessionario o committente, di un apprezzamento critico, su quanto l'emittente di fattura completa dichiari in ordine alla non imponibilità dell'operazione, trasformerebbe l'obbligato in rivalsa in un collaboratore con supplenza in funzioni di esclusiva pertinenza dell'ufficio finanziario, e, dunque, andrebbe oltre la ratio di assicurare all'ufficio medesimo la conoscenza piena dei fatti rilevanti ai fini impositivi, introducendo una sorta di accertamento "privato" in rettifica della dichiarazione del debitore d'imposta. Cassazione aggiunge che una dilatazione delle incombenze in discorso, nel senso voluto dall'Amministrazione, non sarebbe del resto coerente con il contestuale obbligo del soggetto tenuto alla regolarizzazione della fattura altrui di pagare l'imposta non versata o versata in misura insufficiente.

Cassazione conclude evidenziando che la tesi porterebbe ad esigere quel versamento prima che l'ufficio abbia controllato ed eventualmente rettificato la suddetta dichiarazione di non tassabilità dell'operazione, e quindi ad imporre il soddisfacimento di un credito non ancora accertato e fatto valere nel rapporto con il soggetto passivo, sulla mera base della prefigurabilità di una successiva iniziativa dell'ufficio stesso; il risultato sarebbe anomalo, e non scevro da dubbi di compatibilità con i precetti di cui agli artt. 3, 24 e 53 della Costituzione, in quanto si richiederebbe al cessionario o committente, solo perché debitore "finale" in esito alla rivalsa, una solutio di tipo anticipatorio e cautelativo rispetto a credito d'imposta non ancora esercitato.

La Corte di Cassazione ha confermato tale indirizzo con costante giurisprudenza come da sentenza n. 2603 dell'8.3.2000, n. 4284 del 23.3.2001, n. 7681 del 16.5.2003, n. 15776 del 27.7.2005.

Commenta l'articolo

Nome:

Email:

Commento:

Premi invio per andare a capo!
L'indirizzo email sarà visibile soltanto agli amministratori.

Invia